02.2016

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FRAZIONAMENTO DELLA DOMANDA RISARCITORIA E ABUSO DEL DIRITTO

Cassazione civile, sez. VI, 21 ottobre 2015 n. 21318, Pres. Finocchiaro Rel. Carluccio

In riferimento ad un caso di frazionamento della domanda di risarcimento danni derivanti da sinistro stradale, la Corte di Cassazione ha confermato il proprio orientamento secondo cui tale condotta processuale si risolve in un “abuso” del diritto al processo (cfr. Cass. civ. n. 28286 del 2011; Cass. civ. n. 14374 del 2012, n. 4702 del 2015; Cass. civ. n. 7195 del 2015).  Non è, infatti e secondo la SC, consentito al danneggiato, in presenza di un danno derivante da un unico fatto illecito, frazionare la tutela giurisdizionale mediante la proposizione di distinte domande (nel caso di specie, azionando la richiesta di risarcimento per danno extracontrattuale alle cose ed alla persona rispettivamente davanti al Giudice di pace ed al Tribunale, in ragione delle relative competenze per valore), e cio` neppure mediante riserva di far valere ulteriori e diverse voci di danno in altro procedimento.

La sentenza sottolinea che il principio e` ancorato a criteri oggettivi riferiti al sistema generale della tutela processuale, il quale non puo` in nessun caso apprestare tutela qualora l’utilizzo dell’azione sia effettuato oltre i limiti della sua funzionalizzazione al perseguimento del diritto.


CLAUSOLA CLAIMS MADE E VESSATORIETA`
Cassazione civile , sez. III, 10 novembre 2015, n.22891, , Pres Vivaldi, Rel. Frasca

La Cassazione ha avuto modo di esprimersi in merito alla possibile natura vessatoria di clausole assicurative di tipo claims made o a richiesta fatta.  Secondo la SC, in relazione al giudizio di vessatorieta`, si deve partire dal presupposto che la clausola claims made non e` di per se´ illegittima e la sua sola presenza non puo` giustificare, in quanto derogante all’art. 1917, primo comma, c.c., la valutazione negativa.

Se si considera, dunque, il contratto assicurativo che prevede una clausola claims made atipico e non vietato dall’art. 1917, primo comma, c.c. e dalle altre norme sulla disciplina delle assicurazioni, il referente per il successivo giudizio di vessatorieta` della clausola, in quanto limitativa della responsabilita` (cui si debba procedere in presenza in un contratto riconducibile alle norme degli artt. 1341 e 1342 c.c.), non puo` essere espresso semplicemente rilevando che la clausola segna una deroga al modello legale tipico, perche´ quel modello non e` imperativo.

Quindi, per la Corte, quando la clausola claims made e` inserita nella parte del contratto deputata in via esclusiva alla definizione della copertura assicurativa, la limitazione di responsabilita` sfugge all’art. 1341, secondo comma, c.c. La clausola claims made e`, invece, vessatoria quando esplica la sua efficacia limitativa rispetto a quella di altra previsione contrattuale generale, contenuta nelle condizioni generali o nel modulo o formulario.

 

OFFERTA DI RISARCIMENTO RCA: NATURA ED EFFETTI PROCESSUALI

Cassazione civile , sez. III, 27 novembre 2015, n. 24205, Pres. Petti, Rel. Barreca

Con questa sentenza la Corte di cassazione ha affrontato il problema della natura e degli effetti processuali dell’offerta di risarcimento per la responsabilita` civile auto nell’ambito della procedura stragiudiziale.  Nel caso di specie, il danneggiato lamentava l’incongruita` dell’offerta dell’assicurazione, in quanto basata sul presupposto di un concorso di colpa del danneggiato.

Il giudice di merito ha accolto la domanda di risarcimento proposta dal danneggiato escludendo, pero`, l’ipotesi di concorso di colpa; tuttavia, ha calcolato l’entita` del risarcimento in senso corrispondente alla proposta dell’assicurazione per altro motivo, e cioe` in quanto non tutte le voci di danno sarebbero state adeguatamente provate.

Il ricorrente riteneva tuttavia che l’offerta dell’assicuratore non sarebbe stata da qualificarsi come una proposta di transazione, bensi` come dichiarazione di natura confessoria o ricognitiva quanto alla valutazione del danno nella sua integralita`, il cui effetto di relevatio ab onere probandi avrebbe consentito la liquidazione, senza l'applicazione della riduzione percentuale, di una somma superiore.

La Suprema Corte si e` espressa nettamente nel senso che l'offerta dell'assicuratore per la responsabilita` civile auto non abbia portata ne´ confessoria ne´ ricognitiva; l'art. 148 cod. ass., infatti, non attribuisce all'offerta dell'impresa di assicurazione questo valore ne´ configura la stessa come vincolante, in danno dell'assicuratore, nel successivo giudizio instaurato dal danneggiato che non abbia accettato l'offerta in sede stragiudiziale.  D’altra parte tale offerta non si potrebbe neppure qualificare come una promessa di pagamento ai sensi dell'art. 1988 c.c, ma potrebbe al piu` avere valore ai fini interruttivi della prescrizione ex art. 2944 c.c. Infatti, la funzione dell'offerta non e` affatto quella di favorire comunque il danneggiato, agevolando la sua difesa nel giudizio risarcitorio, ma piuttosto quella - contrapposta - di evitare che il danneggiato agisca giudizialmente per il risarcimento e, comunque, di impedire la mora dell'assicuratore diligente, che dia comunicazione di un'offerta 'congrua' cui faccia seguire il pagamento.

La somma eventualmente corrisposta dall’assicuratore rilevera` poi ai sensi dell'art. 148, comma 7, da computarsi in acconto sull’eventuale maggior dovuto indipendentemente dai criteri seguiti dall'impresa per la sua determinazione.
Laddove, invece, la condanna al risarcimento dei danni risultasse inferiore alla somma corrisposta in via stragiudiziale, ricorda la Corte, l'impresa di assicurazione e` onerata di proporre una tempestiva domanda riconvenzionale per ottenere la restituzione della maggiore somma versata.


CHIAMATA IN GARANZIA ED EFFETTI DELL’IMPUGNAZIONE
Cassazione civile, SS. UU., 4 dicembre 2015, n. 24707, Pres. Rovelli, Rel. Frasca

Le Sezioni unite sono state chiamate ad esprimersi sul tema della possibile estensione, in favore del garantito, degli effetti dell’impugnazione principale proposta dall’assicuratore, nel caso in cui l’assicurato si costituisca nel giudizio d’appello senza proporre a sua volta impugnazione incidentale. Poiche´ la soluzione, in sede di legittimita`, sembrava dipendere dal dibattito dottrinale in merito alla qualificazione della chiamata dell’assicurazione come garanzia propria o impropria, la questione e` stata rimessa alle Sezioni Unite.

Queste ultime si sono cosi` espresse nel senso di ritenere che la distinzione tra garanzia propria o impropria sia irrilevante ai fini pratici e che la soluzione debba, invece, esser data ragionando principalmente sul problema dell’estensione del giudizio; nel caso, vi sarebbe stata estensione non solo soggettiva (in virtu` della chiamata in garanzia originariamente proposta in primo grado), ma anche oggettiva, in quanto l’accertamento del rapporto di garanzia era comunque oggetto di espressa domanda. Risulta pertanto, e secondo la Corte, sufficiente che il garantito compaia nel giudizio di impugnazione proposta dal garante, facendo proprie le ragioni dell’impugnante, perche´ all’assicurato si estendano i relativi effetti favorevoli.


INDEBITA DUPLICAZIONE DI RISARCIMENTO
Cassazione civile, sez. III, 17 dicembre 2015 n. 25351, Pres. Spirito, Rel. De Stefano

La terza Sezione della Corte di Cassazione si e` espressa nuovamente in merito ai problemi di duplicazione di voci risarcitorie riferibili al danno non patrimoniale, sulla scorta della giurisprudenza di legittimita` inaugurata dalle cc.dd. sentenze gemelle del 2008; nel caso, e` risultata cassata una sentenza di merito la quale, pur avendo correttamente liquidato i danni sulla base di una valutazione individualizzante e diversificata per ogni vittima di un evento, aveva aggiunto una maggiorazione percentuale, sul presupposto della “sicura presenza di un danno morale soggettivo”.

La Corte di Cassazione ha ritenuto che tale maggiorazione sia stata, nel caso, genericamente attribuita senza specificare alcun bene od interesse oggetto della lesione oltre al danno da perdita del rapporto parentale, con un richiamo alla sentenza delle Sezioni unite n. 26972/2008, la quale esplicitamente aveva affermato che la liquidazione sia del danno morale genericamente inteso, sia di altre voci di danno non patrimoniale come, nel caso di specie, la perdita del rapporto parentale, non puo` che condurre ad un’indebita duplicazione del risarcimento (principio gia` riaffermato da Cass. 8 luglio 2014, n. 15491 e Cass. 23 settembre 2013, n. 21716).

L’unitarieta` del concetto di danno non patrimoniale, quindi, certamente non impedisce di considerare separatamente le singole componenti dello stesso, ma cio` e` ammissibile solo quando risulti provata la diversita` del bene od interesse oggetto di lesione (conformi Cass. 9 giugno 2015, n. 11851; Cass. 8 maggio 2015, n. 9320).


DANNO DA NASCITA INDESIDERATA: ONERE PROBATORIO E DIRITTO A NON NASCERE SE NON SANO
Cassazione civile, SS.UU., 22 dicembre 2015 n. 25767, Pres. Rovelli, Rel. Spirito

In tema di danno da nascita indesiderata, come gia` segnalato dalla nostra Newsletter 10/2015, in relazione ai contrasti giurisprudenziali sorti su due distinti profili (i confini dell’onere probatorio in relazione all’intenzione di abortire e la possibilita` di riconoscere la risarcibilita` da c.d. wrongful birth, direttamente in capo al figlio malato) la questione era stata rimessa alle SS.UU., con ordinanza 23 febbraio 2015, n. 3569.
In relazione al primo problema, le Sezioni Unite riconoscono che, in considerazione dell’estrema difficolta` di fornire la prova di uno stato psicologico quale la volonta` di abortire, possa farsi applicazione del meccanismo presuntivo ex art. 2729 cod. civ., in virtu` del quale il giudice puo` decidere sulla base di indizi gravi, precisi e concordanti. Tali sarebbero stati, nel caso in esame, il ricorso al consulto medico per conoscere le condizioni di salute del nascituro, le precarie condizioni psico-fisiche della gestante (le quali devono ritenersi eventualmente verificabili tramite c.t.u.) e le pregresse manifestazioni di pensiero sintomatiche di una propensione per l’opzione abortiva. Da tali elementi possono essere tratte inferenze tali da ritenere assolto l’onere probatorio della gestante secondo il criterio di regolarita` causale o quantomeno di probabilita` qualificata.
Per quanto riguarda invece la delicata questione della diretta risarcibilita`, in capo al figlio affetto da disabilita`, del danno per impossibilita` di vivere una vita sana e dignitosa la Corte, pur riconoscendo la possibilita` della maturazione, in capo al neonato, di determinati diritti risarcitori durante la gestazione, ha respinto nettamente la richiesta di risarcimento.
Con varieta` di appoggi comparatistici e richiami filosofici, i giudici hanno qualificato con reductio ad absurdum la tesi favorevole al risarcimento, in quanto ipotizzerebbe quale unico paradossale scenario di assenza di danno una “non vita”, la quale certamente non puo` essere uno dei “beni della vita” a cui il nostro ordinamento appresta tutela, e tanto meno puo` esserlo l’omessa distruzione di una vita in fieri. Non e` concesso pertanto estendere al nascituro un diritto risarcitorio (assegnato tassativamente ed eccezionalmente alla gestante) collegato al rifiuto d’una vita segnata dalla malattia, vita che verrebbe aprioristicamente considerata indegna di essere vissuta sulla base, oltretutto, di considerazioni fatte valere unilateralmente dai genitori in nome del figlio. Inoltre, spingendo alle estreme conseguenze la tesi della responsabilita` del medico verso il nato, si profilerebbe l’inquietante scenario di un’analoga responsabilita` della madre per violazione di un obbligo ad abortire, senza dubbio inconcepibile.
Non si puo` dunque parlare di diritto a non nascere se non sani, essendo qui in gioco non l’alternativa di una vita sana, bensi` la non nascita tout court.

 

 
 

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