12.2018

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La notifica a mezzo p.e.c. del ricorso per Cassazione

Cassazione Civile S.U. 22438/2018

Con la sentenza in epigrafe, la Suprema Corte torna ad affrontare l’importante questione, in precedenza già esaminata dalla Corte con l’ordinanza n. 30918 del 22 dicembre 2017, relativa al profilo di procedibilità del ricorso predisposto in originale telematico (ossia in formato nativo digitale) e notificato a mezzo p.e.c., ed il suo successivo deposito in copia analogica, privo di sottoscrizione autografa dei difensori, unitamente al deposito dei messaggi di p.e.c. riguardanti la notificazione del ricorso in originale telematico e della allegata procura, in copia informatica autenticata con firma digitale, senza l’attestazione di conformità.

In passato, in particolare in occasione della summenzionata ordinanza, la declaratoria di improcedibilità del ricorso venne sorretta dall’enunciazione della massima per cui il deposito in cancelleria di copia analogica del ricorso per cassazione predisposto in originale telematico e notificato a mezzo posta elettronica certificata, con attestazione di conformità priva di sottoscrizione autografa del difensore L. n. 53 del 1994, ex art. 9, comma 1-bis e 1-ter, ne comporta l’improcedibilità rilevabile d’ufficio ai sensi dell’art. 369 c.p.c., a nulla rilevando la mancata contestazione della controparte ovvero il deposito di copia del ricorso ritualmente autenticata oltre il termine perentorio di venti giorni dall’ultima notifica, non essendo ammissibile il recupero di una condizione di procedibilità mancante al momento della scadenza del termine per il deposito del ricorso.

Successivamente le Sezioni Unite, con la sentenza n. 10266/2018, hanno ribadito la necessità di estrarre copie analogiche degli atti digitali ed attestarne la conformità in virtù del potere conferito ex art. 6, L. n. 53 del 1994, fondando la propria posizione sul fatto che il processo telematico non è stato esteso al giudizio di Cassazione.

Con la sentenza a Sezioni Unite in esame, tuttavia, la Suprema Corte ha ritenuto che sussistano valide ragioni per rivedere tale orientamento, prima tra tutte l’esigenza di consentire la più ampia espansione del diritto fondamentale di azione e difesa in giudizio, il cui obiettivo è garantire l’effettività della tutela giurisdizionale, come voluto dalla Costituzione e dai principi CEDU. A tal proposito viene ribadito il fondamentale principio di strumentalità delle forme degli atti processuali, secondo il quale queste forme sono prescritte non per la realizzazione di un valore in sé, ma in quanto strumento più idoneo alla realizzazione del risultato perseguito.

Proprio alla luce di tali principi la Corte ha affermato, anzitutto, il superamento della sanzione dell’improcedibilità del ricorso notificato a mezzo p.e.c. come originale telematico e depositato in copia analogica (unitamente alle copie dei messaggi di p.e.c., della relata di notificazione e della procura) priva di attestazione di conformità L. n. 53 del 1994, ex art. 9 nell’ipotesi (che ricorre nella specie) di deposito della copia notificata del ricorso da parte del controricorrente ritualmente autenticata proprio ai sensi della L. n. 53 del 1994.

Sarebbe, dunque, sovrabbondante, oltre che in contrasto con i principi del giusto processo, insistere nell’affermare l’improcedibilità del ricorso, qualora controparte si sia costituita senza ritardi e abbia esibito il documento ricevuto.

La Suprema Corte si sofferma, poi, nel sottolineare come, nel caso di originale telematico notificato a mezzo p.e.c., sia proprio la parte destinataria della notificazione nella condizione di verificare la conformità dell’originale – in suo possesso, grazie alla notifica via p.e.c., di documento contenente la medesima firma digitale – alla copia analogica depositata in cancelleria, ed eventualmente operarne il disconoscimento. Inoltre, la Corte da rilievo al presupposto della iniziale tempestività (nei venti giorni stabiliti dall’art. 369 c.p.c.) del deposito del ricorso seppure in copia informe, che come in precedenza evidenziato – ha comunque consentito alla giurisprudenza di questa Corte (per tutte le già citate Cass., S.u., n. 323/1976 e Cass. n. 17534/2008) di dichiarare, una volta acquisita certezza circa la conformità della copia all’originale, procedibile l’impugnazione nonostante l’acquisizione dell’originale oltre il termine anzidetto.

Viene, dunque, statuito che il deposito in cancelleria della copia analogica del ricorso nativo telematico, nel termine di venti giorni dall’ultima notifica a mezzo p.e.c., senza attestazione di conformità, non ne comporta l’improcedibilità sia nel caso in cui il controricorrente (anche tardivamente costituitosi) depositi copia analogica di detto ricorso autenticata dal proprio difensore, sia in quello in cui, ai sensi del D.Lgs. n. 82 del 2005, art. 23, comma 2, non ne abbia disconosciuto la conformità all’originale notificatogli.

Inoltre, se il destinatario della notificazione a mezzo p.e.c. rimane solo intimato non si procederà a dichiarare il ricorso improcedibile, qualora il ricorrente depositi l’asservazione di conformità all’originale (ex art. 9 della legge n. 53 del 1994) della copia analogica depositata sino all’udienza di discussione (art. 379 c.p.c.) o all’adunanza in camera di consiglio (art. 380 bis c.p.c., art. 380 bis c.p.c., comma 1 e art. 380 ter c.p.c.).

Ancora, nel caso in cui il destinatario della notificazione a mezzo p.e.c. depositi il controricorso disconoscendo la conformità all’originale della copia analogica, il ricorso sarà comunque procedibile se il ricorrente provvede a depositare, nei termini anzidetti, l’asservazione di legge circa la conformità della copia analogica, tempestivamente depositata, all’originale notificato.

La Corte, infine, conclude ritenendo che nell’ipotesi in cui vi siano più destinatari della notificazione a mezzo p.e.c. del ricorso nativo digitale e non tutti depositino controricorso, il ricorrente – posto che il comportamento concludente ex art. 23 comma 2, c.a.d. impegna solo la parte che lo pone in essere – sarà onerato di depositare nei termini sopra precisati l’asservazione di cui alla L. n. 53 del 1994 art. 9. In difetto il ricorso sarà dichiarato improcedibile.

* * *

La risarcibilità della mera lesione del rapporto parentale

Cassazione Civile 23469/2018

La pronuncia in esame trae origine da una richiesta di risarcimento per lesione del rapporto parentale, conseguente alle gravi lesioni riportate da un congiunto a seguito di un sinistro stradale. La Suprema Corte ha accolto il ricorso nella parte in cui i ricorrenti lamentavano l’errore della Corte d’Appello nell’escludere la risarcibilità della lesione del rapporto parentale a seguito (non della morte, bensì) di gravi lesioni fisiche e psichiche del familiare.

Con la decisione che oggi affrontiamo, la Suprema Corte ricorda che il pregiudizio da perdita del rapporto parentale rappresenta un peculiare aspetto del danno non patrimoniale e consiste non già nella mera perdita delle abitudini e dei riti propri della quotidianità, bensì nello sconvolgimento dell’esistenza, rivelato da fondamentali e radicali cambiamenti dello stile di vita, nonché della sofferenza interiore derivante dal venir meno del rapporto.

Ribadendo il proprio costante orientamento in materia, la Corte rileva che si tratta di danno non patrimoniale iure proprio del congiunto il quale è ristorabile in caso non solo di perdita, come erroneamente ritenuto dalla Corte territoriale, ma anche di merda lesione del rapporto parentale.

Dopo aver riconosciuto la spettanza di tale danno, la sentenza in esame ha il pregio di voler precisare le componenti del danno, facendo ricorso e richiamando in maniera schematica i principi consolidati in tema di risarcimento.

Ripercorrendo la giurisprudenza in materia, viene innanzitutto rilevato come l’ordinamento riconosce e disciplina (soltanto) le fattispecie del danno patrimoniale (nelle due forme del danno emergente e del lucro cessante: art. 1223 c.c.) e del danno non patrimoniale, la cui natura è unitaria (rispetto a qualsiasi lesione di un interesse o valore costituzionalmente protetto e non suscettibile di valutazione economica) e onnicomprensiva (obbligo, per il giudice di merito, di tener conto, a fini risarcitori, di tutte le conseguenze … derivanti dall’evento di danno).

La Corte prosegue indicando come il Giudice di merito, nell’accertamento e quantificazione del danno, debba valutare congiuntamente l’aspetto interiore e l’aspetto dinamico-relazionale del danno sofferto, specialmente per quanto riguarda il danno alla salute, la cui misura standard del risarcimento può essere aumentata nella sua componente dinamico –relazionale, solo in presenza di conseguenze dannose del tutto anomale ed eccezionali. Dunque, prosegue la Suprema Corte, costituirà duplicazione risarcitoria la congiunta attribuzione del danno biologico (…) e del danno cd. Esistenziale, mentre non lo sarà la differente ed autonoma valutazione compiuta con riferimento alla sofferenza interiore patita dal soggetto in conseguenza della lesione del suo diritto alla salute.

Qualora poi (come nel caso posto all’attenzione della Corte, in cui si discorre della lesione del diritto, costituzionalmente tutelato, alla relazione parentale), non vi sia una lesione della salute, ogni vulnus arrecato ad un altro valore/interesse costituzionalmente tutelato andrà specularmente valutato e accertato, all’esito di compiuta istruttoria, e in assenza di qualsiasi automatismo(…) il medesimo, duplice aspetto, tanto della sofferenza morale, quanto della privazione/diminuzione/modificazione delle attività dinamico-relazionali precedentemente esplicate dal soggetto danneggiato.

In ragione di quanto esposto, la Corte di Cassazione evidenzia la fallacia del ragionamento per cui il danno sarebbe costituito, in una dimensione di impredicabile unità, “dalla sofferenza del non poter più fare”, perché la più superficiale della disamina delle conseguenze di una grave lesione di un diritto costituzionalmente tutelato, come quello alla relazione parentale, consente ictu oculi di affermare, in alcuni casi, che, nonostante la intensa sofferenza morale, questa non incida, in tutto o in parte, sulle attività dinamico-relazionali del soggetto leso.

In definitiva, con questa pronuncia, la Suprema Corte, da un lato riconosce la configurabilità di un danno risarcibile in presenza di una mera lesione del rapporto parentale, dall’altro evidenzia la necessità di accertare la ricorrenza e la misura di tale danno concretamente, nonché caso per caso, tenendo in considerazione i principi regolatori della materia.

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Omicidio colposo per violazione del Codice della Strada

Cassazione Penale 41357/2018

La Corte di Cassazione si è pronunciata su un ricorso proposto dall’imputato avverso la sentenza con cui la Corte d’appello aveva confermato la sentenza di condanna per il reato di omicidio colposo commesso con violazione delle norme in materia di circolazione stradale, per aver investito, durante una manovra di retromarcia, un’anziana signora che stava transitando sul retro del furgone da lui condotto.

La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile in quanto manifestamente infondato, respingendo la tesi difensiva secondo cui il conducente del mezzo non sarebbe stato tenuto ad avvalersi nella manovra dell’ausilio di un terzo a terra, poiché guidava un mezzo omologato che non imponeva tale precauzione.

La pronuncia in esame, infatti, sottolinea che costituisce principio consolidato che, in tema di colpa nella circolazione stradale, la manovra di retromarcia va eseguita con estrema cautela, lentamente e con il completo controllo dello spazio retrostante; ne consegue che il conducente, qualora si renda conto di avere alle spalle una strada che non rende percepibile l’eventuale presenza di un pedone, se non può fare a meno di effettuare la manovra, deve porsi nella condizione di controllare la strada, ricorrendo, se del caso, alla collaborazione di terzi che, da terra, lo aiutino per consentirgli di fare retromarcia senza alcun pericolo per gli altri utenti della strada.

Viene sottolineata, dunque, l’insufficienza delle circostanze che il mezzo risulti omologato, dotato di specchietti retrovisori e abilitato alla circolazione stradale, in quanto l’art. 154 C.d.S. impone, in ogni caso, al conducente che intenda fare retromarcia di assicurarsi di poter effettuare la manovra in sicurezza, senza creare intralcio o pericolo ad altri utenti.

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La procura generale alle liti e il potere di incassare e rilasciare quietanze

Cassazione 22544/2018

La vicenda, oggetto della pronuncia in esame, trae origine dalla richiesta di risarcimento proposta dal ricorrente a seguito del trattenimento illegittimo, da parte del suo avvocato, di alcune somme di sua spettanza.

Il legale, esibendo alla Cancelleria dell’ufficio esecuzioni del Tribunale una procura generale alle liti, priva, però, del potere di incassare e rilasciare quietanze, era riuscito ad ottenere diversi mandati di pagamento in relazione a delle procedure esecutive concernenti il proprio cliente, trattenendo, poi, le relative somme.

Il ricorrente, dunque, proponeva la domanda di risarcimento non solo nei confronti dell’avvocato al quale aveva conferito mandato, ma anche nei confronti del Ministero della Giustizia, per condotta omissiva e negligente dei funzionari di cancelleria che avevano rilasciato i suddetti mandati di pagamento.

Nel giudizio di seconde cure la Corte d’appello ha escluso la responsabilità del Ministero sul rilievo che dall’interpretazione della procura generale alle liti si ricaverebbe che il pagamento effettuato all’avvocato aveva effetto liberatorio ai sensi dell’art. 1188, comma I, c.c..

La Corte di Cassazione, pur riconoscendo (e sul punto la giurisprudenza è costante) che il procuratore ad litem, se non è specificamente autorizzato, non è legittimato a riscuotere le somme dovute al proprio cliente ed a liberare il debitore, ha poi rilevato che pur in difetto di una specifica autorizzazione ad operare come rappresentante del creditore, rinvenibile nella già citata procura notarile ad litem, la legittimazione del D. (l’avvocato convenuto n.d.r.) a riscuotere i crediti di F.G. (l’attore-ricorrente n.d.r.) potesse trovare titolo – come ha correttamente ritenuto la Corte perugina – nel conferimento di un autonomo potere ex art. 1188 c.c., comma 1, di ricevere la prestazione quale mero indicatario di pagamento.

Infatti, proprio il fatto che la legge distingua tra rappresentante e soggetto, anche tacitamente, indicato dal creditore implica che la designazione di tale secondo soggetto ben può avvenire, e anzi avviene, al di fuori di un rapporto di rappresentanza in senso tecnico.

Dunque, da ciò la Cassazione ne ha derivato che a prescindere dall’esistenza di un (espresso) potere di riscuotere la prestazione conseguente alla sua posizione di procuratore ad lites, l’Avv. D. potesse porsi come indicatario di pagamento, come ha ritenuto la sentenza impugnata, senza, pertanto, che il giudice di appello sia incorso in alcuna violazione e/o falsa applicazione dell’art. 84 c.p.c., comma 2,e art. 1188 c.c., comma 1.

In conclusione, nonostante la procura alle liti non conferisca all’avvocato una espressa legittimazione a riscuotere quanto dovuto al proprio cliente, non può automaticamente disconoscersi la possibilità che tale legittimazione possa trovare un altro valido titolo.

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La lettera inviata per conoscenza alla Compagnia del danneggiante vale come messa in mora

Cassazione 24548/2018

La vicenda trae origine da una richiesta di risarcimento dei danni subiti a seguito di un sinistro stradale che, in via stragiudiziale, venne rivolta all’Assicuratore del danneggiato – e solo per conoscenza alla Compagnia del danneggiante – per poi, in via giudiziale, essere proposta nei confronti del preteso responsabile e della sua Assicurazione, ex art 144 CdA. Si costituì, con atto di intervento, solo la Compagnia del danneggiato.

Il Giudice di prime cure dichiarò la domanda improponibile e il Tribunale adito in sede di gravame confermò sostanzialmente la sentenza appellata, rilevando che se il danneggiato ha optato per la procedura di cui all’art. 149 cit. nella fase stragiudiziale, egli “non può convenire che la propria compagnia assicuratrice” nella successiva fase giudiziale.

Con l’accoglimento del ricorso la Suprema Corte ha evidenziato l’errore del Giudice di merito nell’aver ritenuto che il giudizio dovesse instaurarsi esclusivamente nei confronti dell’Assicuratore del danneggiato, in quanto destinatario della richiesta di risarcimento effettuata in via stragiudiziale.

Innanzitutto, la Cassazione, richiamando la nota sentenza n. 180 del 2009 della Corte Costituzionale, sottolinea che la procedura regolata dall’art. 149 CdA non costituisce un obbligo, bensì una facoltà per la parte danneggiata, e che non rappresenta una diminuzione di tutela, ma un ulteriore rimedio a disposizione del danneggiato. Si evidenzia, così, la ratio del c.d. Codice delle Assicurazioni che, alla luce di una lettura costituzionalmente orientata, risiede sia nel prestare la garanzia di maggior tutela del danneggiato sia nell’esigenza di semplificazione delle procedure risarcitorie.

Nel caso sottoposto al vaglio della Suprema Corte, dato per pacifico che il ricorrente aveva inviato la richiesta risarcitoria alla propria assicurazione e solo per conoscenza alla Compagnia del danneggiante, il problema centrale consisteva nello stabilire – avendo a mente la ratio della legge – se, essendo stata inviata la richiesta risarcitoria alla propria società di assicurazione, e “per conoscenza”, anche all’assicurazione del danneggiante, il danneggiato possa poi promuovere il giudizio nei confronti anche di quest’ultima, ovvero sia vincolato ad agire solo nei confronti della prima, seguendo il modello delineato dall’art. 149 più volte richiamato.

La Corte di legittimità, considerando il disegno voluto dal legislatore, ha ritenuto che una lettera inviata “per conoscenza” è sufficiente a mettere in moto il meccanismo che poi consente al danneggiato di intraprendere l’azione giudiziaria contro l’una o l’altra impresa di assicurazione, e dunque, continua, chi opta per il risarcimento diretto in sede stragiudiziale, deve informare anche l’impresa debitrice con lettera raccomandata; ma se, rivelatasi infruttuosa la trattativa, la vittima decide di convenire in giudizio l’assicuratore del responsabile, quella lettera che gli era stata inviata “per conoscenza” sarà sufficiente a rendere proponibile la domanda.

Questa sentenza, che si inserisce nella questione concernente il rapporto esistente tra la fase ante causam e il successivo giudizio di merito, ha, dunque, il pregio di puntualizzare come la lettera inviata per conoscenza all’Assicuratore valga come messa in mora dello stesso.

La Corte ha concluso enunciando il principio di diritto per cui nell’assicurazione per la responsabilità civile degli autoveicoli, ove il danneggiato abbia inviato la richiesta di risarcimento dei danni alla propria impresa di assicurazioni, secondo il modello del D.Lgs. n. 209 del 2005, art. 149, e per conoscenza all’impresa di assicurazione dell’altro veicolo coinvolto, e siano decorsi i termini di cui all’art. 145 del medesimo decreto, qualora la fase stragiudiziale non si concluda con un esito positivo, il danneggiato può proporre la domanda giudiziale anche nei confronti dell’impresa assicuratrice dell’altro veicolo coinvolto.

 

 
 

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