Maggio 2019

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La rilevanza giuridica del fattore naturale non imputabile

Cassazione civile sez. III, 18 aprile 2019, n. 10812

 

La Suprema Corte è tornata a delineare i criteri valevoli a circoscrivere la rilevanza giuridica di un pregresso fattore naturale non legato all’altrui condotta colposa da un nesso di interdipendenza causale, ma comunque dotato di efficacia concausale nella determinazione dell’unica e complessiva situazione patologica riscontrata sul danneggiato.

Secondo quanto statuito con l’articolata pronuncia in commento, al fattore naturale non imputabile non può attribuirsi rilievo sul piano della ricostruzione del nesso di causalità tra condotta ed evento dannoso (c.d. causalità equitativo-proporzionale), appartenendo questo ad una serie causale del tutto autonoma rispetto a quella ove si inserisce la condotta del sanitario.

Spiega, infatti, la Corte che, solo all’esito dell’accertamento della sussistenza del nesso di causalità tra la condotta e il danno evento lesivo, e dunque in occasione del diverso e successivo momento della delimitazione dell’ambito del risarcibile e della determinazione del quantum di risarcimento (art. 1226 c.c.), la considerazione del pregresso stato patologico del creditore/danneggiato può, invero, valere a condurre una limitazione dell’ammontare dovuto dal debitore/ danneggiante.

Spetta al Giudice del merito individuare, dandone congrua motivazione, l’idoneo criterio di valutazione equitativa del danno da utilizzare nel caso concreto.

Ai fini della valutazione equitativa del quantum di risarcimento da ridursi a carico del danneggiato può se del caso farsi ricorso anche al criterio della gravità della colpa e dell’entità delle conseguenze posto all’art. 1227 c.c., dettato in tema di concorso colposo del danneggiato ma da ritenersi di portata generale, e pertanto utilizzabile anche in caso di concorso tra una pluralità di danneggiati autori di condotte autonome ed indipendenti.

 

La parziale illegittimità costituzionale dell’art. 222, comma 2, del Codice della Strada

Corte costituzionale, n. 88/2019

In questa importante decisione la Corte Costituzionale ha il pregio di aver affrontato due questioni strettamente attuali.

La prima questione sottoposta al vaglio della Corte di Legittimità atteneva al disposto di cui all’art. 590 quater c.p., introdotto dall’art. 1, comma 2, della legge n. 41 del 2016, che assegna alle aggravanti speciali dei due nuovi reati creati dalla medesima novella legislativa – omicidio stradale (art. 589 bis c.p.) e lesioni personali stradali gravi o gravissime (art. 590 bis c.p.) – un regime particolare: l’esclusione dal giudizio di comparazione tra circostanze, previsto in generale dell’art. 69 c.p.

Al fine di esaminare compiutamente la problematica, la Corte ha anzitutto evidenziato che mentre per lungo tempo l’omicidio stradale e le lesioni personali stradali gravi o gravissime hanno costituito solo ipotesi circostanziate dei corrispondenti reati comuni, l’allarme sociale suscitato dal ricorrente fenomeno delle vittime della strada ha determinato il Legislatore ad intervenire in misura incisiva nell’azione di contrasto di condotte gravemente colpevoli nella guida di veicoli a motore.

Sono stati, quindi, introdotti due nuovi reati speciali – omicidio stradale e lesioni personali stradali gravi o gravissime – accompagnati, in parallelismo, da plurime aggravanti “privilegiate” in quanto presidiate dalla clausola di esclusione della comparazione con le attenuanti (art. 590 quater cod. pen. ); al contempo, si è prevista un’inedita attenuante ad effetto speciale del tutto particolare perché attiene all’efficienza causale disponendo che qualora l’evento non sia esclusiva conseguenza dell’azione o dell’omissione del colpevole, la pena è diminuita fino alla metà (VI comma sia dell’art. 589 bis c.p. sia dell’art. 590 bis c.p.).

La questione di legittimità costituzionale sollevata, ha evidenziato la Corte, è assolutamente specifica perché il divieto di bilanciamento è censurato unicamente in riferimento all’attenuante ad effetto speciale del settimo comma dell’art. 589 bis e del simmetrico (e di identico contenuto) settimo comma dell’art. 590 bis cod. pen., ossia la circostanza che ha come presupposto essere la condotta dell’imputato causa non esclusiva dell’evento. Inoltre, questo divieto di bilanciamento è censurato rispettivamente a due aggravanti specifiche: per l’omicidio stradale, l’aggravante di cui al secondo comma dell’art. 589 – bis cod. pen. (guida in stato di ebbrezza alcoolica); per le lesioni personali stradali, l’aggravante di cui al quinto comma, numero 2), dell’art. 590-bis cod. pen. (attraversamento di un’intersezione stradale quando il semaforo proietta luce rossa per i veicoli).

Chiarita dunque la portata, ed i limiti, della questione costituzionale sollevata, la Consulta ha stabilito che nella fattispecie in esame l’attenuante ad effetto speciale che viene in gioco non attiene all’offensività poiché sia l’omicidio stradale che le lesioni personali stradali, ove ricorra l’attenuante di cui al settimo comma degli artt. 589-bis e 590-bis cod. pen., offendono, comunque, anche nell’ipotesi così attenuata, il bene della vita e quello dell’integrità personale e che l’attenuante speciale non identifica una fattispecie di minore offensività, ma si colloca sul piano del tutto distinto dell’efficienza causale dove opera il principio non già di proporzionalità, bensì quello di equivalenza delle concause dell’evento.

Il maggior rigore conseguente al divieto di bilanciamento di tale circostanza attenuante ad effetto speciale, si legge nella decisione, trova ragione nel più incisivo contrasto di condotte altamente pericolose e che da tempo come già rilevato creano diffuso allarme sociale per il grave pregiudizio che arrecano alla sicurezza stradale, quale appunto la guida di veicoli a motore in stato di ebbrezza alcolica o di alterazione psico-fisica conseguente all’assunzione di sostanze stupefacenti o psicotrope.

Analogo ragionamento è stato, in conclusione, proposto anche con riguardo al reato di lesioni personali stradali poiché anche in tal caso la condotta di chi, alla guida di un veicolo a motore, attraversa un’intersezione con il semaforo disposto al rosso, così commettendo il reato di lesioni personali stradali gravi, aggravate da tale circostanza cosiddetta privilegiata, pone gravemente in pericolo l’incolumità altrui e parimenti può dirsi non irragionevole l’esercizio della discrezionalità del legislatore nell’escludere che l’attenuante in esame (quella del settimo comma dell’art. 590-bis cod. pen.) possa essere valutata dal giudice come equivalente o prevalente rispetto a tale aggravante.

In conclusione, secondo la Corte rientra nella discrezionalità del legislatore, esercitata non irragionevolmente, graduare l’effetto diminuente della pena di questa attenuante ad effetto speciale in riferimento alle menzionate aggravanti “privilegiate” allorché ricorra un generico concorso della colpa della parte offesa o di altre concause che rendono non esclusivo l’apporto causale dell’azione o dell’omissione del colpevole.

Differente, invece, la risoluzione della seconda questione di legittimità costituzionale sollevata in relazione al quarto periodo dell’art. 222 del Codice della Strada, riformulato sempre dalla legge n. 41 del 2016, che ha previsto che in caso di condanna o di patteggiamento della pena per i reati di omicidio stradale e di lesioni personali stradali gravi o gravissime consegue sempre la revoca della patente di guida, anche ove sia stata concessa la sospensione condizionale della pena.

Immediatamente la Consulta ha rilevato che, in effetti, tale disposizione prevede la sanzione amministrativa della revoca della patente, estesa indistintamente a tutte le ipotesi – sia aggravate dalle circostanze “privilegiate”, sia non aggravate – di omicidio stradale e di lesioni personali stradali gravi o gravissime, nonostante i due nuovi reati prevedano un aggravamento della risposta sanzionatoria articolato in più livelli: l’ipotesi base del reato colposo (al primo comma); l’ipotesi maggiormente aggravata dalla guida in stato di ebbrezza alcolica oltre una certa soglia di tasso alcolemico o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti (ai commi secondo e terzo); nonché un’ipotesi intermedia perché aggravata in misura minore (ai commi quarto, quinto e sesto), ma comunque con una pena aumentata rispetto all’ipotesi base.

Invece, ha constatato la Corte, per la sanzione amministrativa della revoca della patente di guida vi è un indifferenziato automatismo sanzionatorio che costituisce possibile indice di disparità di trattamento e irragionevolezza intrinseca.

Su queste basi, la Consulta ha ritenuto che l’automatismo della risposta sanzionatoria riscontrato nell’art. 222 cod. strada, non graduabile in ragione delle peculiarità del caso, può giustificarsi solo per le più gravi violazioni contemplate dalle due citate disposizioni, quali previste, come ipotesi aggravate, sanzionate con le pene rispettivamente più gravi, dal secondo e dal terzo comma sia dell’art. 589-bis, sia dell’art. 590-bis cod. pen. Porsi alla guida in stato di ebbrezza alcolica (oltre la soglia di tasso alcolemico prevista dal secondo e dal terzo comma sia dell’art. 589-bis, sa dell’art. 590-bis cod. pen.) o sotto l’effetto di stupefacenti costituisce un comportamento altamente pericoloso per la vita e l’incolumità delle persone, posto in essere in spregio del dovuto rispetto di tali beni fondamentali; e, pertanto, si giustifica una radicale misura preventiva per la sicurezza stradale consistente nella sanzione amministrativa della revoca della patente nell’ipotesi sia di omicidio stradale, sia di lesioni personali gravi o gravissime.

Al di sotto di questo livello, ha osservato la Corte, vi sono comportamenti pur gravemente colpevoli, ma in misura inferiore sicché non è compatibile con i principi di uguaglianza e proporzionalità la previsione della medesima sanzione amministrativa sicché in tal caso l’automatismo della sanzione amministrativa più non si giustifica e deve cedere alla valutazione individualizzante del giudice.

Pertanto, ha concluso la pronuncia, il comma 2 dell’art. 222 del Codice della Strada è costituzionalmente illegittimo, nel suo quarto periodo, nella parte in cui non prevede, ove non ricorrano le circostanze aggravanti privilegiate di cui al secondo e terzo comma sia dell’art. 589-bis sia dell’art. 590-bis cod. pen., la possibilità per il giudice di applicare, in alternativa alla sanzione amministrativa della revoca della patente di guida, quella della sospensione della patente, secondo il disposto del secondo e del terzo periodo del comma 2 dell’art. 222 cod. strada. In questi casi il giudice, secondo la gravità della condotta del condannato, tenendo conto degli artt. 218 e 219 cod. strada, potrà sia disporre la sanzione amministrativa della revoca della patente di guida, sia quella, meno afflittiva, della sospensione della stessa per la durata massima prevista dal secondo e dal terzo periodo del medesimo comma 2 dell’art. 222 cod. strada.

 

La risarcibilità della lesione del diritto alle proprie ultime scelte nel caso di diagnosi tardiva

Cassazione Civile, sentenza n. 10424 del 15 aprile 2019

La sentenza in esame ha il pregio di aver affrontato due importanti tematiche: quella, sostanziale, relativa alla risarcibilità del danno derivante dalla perdita del diritto a operare le scelte ultime di fronte ad una patologia ad esito ineluttabilmente infausto, e quella, processuale, relativa ai requisiti necessari per la validità della procura speciale ex art. 365 c.p.c.

Va premesso che nel caso sottoposto all’attenzione della Corte tanto il Tribunale quanto il Giudice d’Appello avevano respinto la richiesta di risarcimento del danno avanzata dai parenti della de cuius esclusivamente sull’assenza di prova che la ritardata diagnosi avesse compromesso le chance di guarigione della paziente, così identificando i danni astrattamente risarcibili esclusivamente nella perdita di chance di guarigione, ovvero nella perdita di una più prolungata e migliore sopravvivenza alla patologia.

La cassazione ha censurato la sentenza impugnata ritenendo che in presenza di colpevoli ritardi nella diagnosi di patologia ad esito infausto, l’area dei danni risarcibili non si esaurisce nel pregiudizio recato all’integrità fisica del paziente (privato, in ipotesi, della possibilità di guarigione o, in alternativa, di una più prolungata – e qualitativamente migliore – esistenza fino all’esito fatale), ma include la perdita di un “ventaglio” di opzioni, con le quali affrontare la prospettiva della fine ormai prossima, ovvero “non solo l’eventuale scelta di procedere (in tempi più celeri possibili) all’attivazione di una strategia terapeutica, o la determinazione per la possibile ricerca di alternative di indole meramente palliativa, ma anche la stessa decisione di vivere le ultime fasi della propria vita nella cosciente e consapevole accettazione della sofferenza e del dolore fisico (senza ricorrere all’ausilio di alcun intervento medico) in attesa della fine”, giacché, tutte queste scelte “appartengono, ciascuna con il proprio valore e la propria dignità, al novero delle alternative esistenziali.

In altri termini, ci troviamo di fronte al riconoscimento di un pregiudizio ulteriore ed autonomo costituito dalla lesione all’autodeterminazione del soggetto chiamato alla “più intensa (ed emotivamente pregnante) prova della vita, qual è il confronto con la realtà della fine”.

La pronuncia è, altresì, degna di menzione anche sotto il profilo strettamente processuale avendo chiarito che,

qualora la procura sia apposta a margine del ricorso trova applicazione il principio secondo cui ai fini dell’ammissibilità del ricorso per cassazione, sotto il profilo della sussistenza della procura speciale in capo al difensore iscritto nell’apposito albo, è essenziale che la procura sia conferita in epoca anteriore alla notificazione del ricorso, che investa il difensore espressamente del potere di proporre quest’ultimo e che sia rilasciata in epoca successiva alla sentenza oggetto dell’impugnazione; ove sia apposta a margine del ricorso,  tali requisiti possono desumersi, rispettivamente, quanto al primo, dall'essere stata la procura trascritta nella copia notificata del ricorso, e, quanto agli altri due, dalla menzione della sentenza gravata risultante dall'atto a margine del quale essa è apposta, restando, invece, irrilevante che la procura sia stata conferita in data anteriore a quella della redazione del ricorso e che non sia stata indicata la data del suo rilascio, non essendo tale requisito previsto a pena di nullità. Non solo, la Corte ha specificato anche come l’applicazione dell’art. 83 c.p.c. sia riservata ai giudizi instaurati in primo grado dopo il 4 luglio 2009 (ovvero dopo l’entrata in vigore dell’art. 45 della legge 18 giugno 2009 n. 69), mentre per i procedimenti instaurati anteriormente, se la procura non è rilasciata a margine o in calce al ricorso e al controricorso, deve provvedersi mediante atto pubblico o scrittura privata autenticata.

 

 

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